La teoria dell’impasse nella mia pratica clinica

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La teoria dell’impasse nella mia pratica clinica

Di seguito mi concentrerò sulla descrizione della teoria dell’impasse, così come è stata proposta da diversi autori, in particolare Little (2006) e Sonia Gerosa (2013), concentrandomi sull’utilità e sull’efficacia di questo strumento nella pratica clinica.

La teoria dell’impasse è stata presentata inizialmente dai Goulding (1979), che la descrivono come “un punto in cui si incontrano due o più forze opposte - un blocco”.

Ne hanno definito tre livelli: l’impasse di I° grado riguarda un conflitto tra Genitore (G2) e Bambino (B2) ed è basata sulle controingiunzioni, il territorio che la Bucci (1997) chiama del “simbolico-verbale”, in un dialogo esplicitabile che sintetizzano in un “devi!” del Genitore, contro un “non voglio!” del Bambino; l’Impasse di II° grado riguarda un livello più implicito, in cui il Piccolo Professore entra in conflitto con il Genitore (G1) e i suoi contenuti, di livello ingiuntivo, sono più inconsapevoli e automatici rispetto a quelli interiorizzati nell’impasse di I° grado, anche se sono comunque recuperabili a livello verbale; l’impasse di III° grado avviene quando c’è un conflitto tra il Bambino Adattato (BA) e il Bambino Libero (BL) e l’unica parte che si manifesta è il BA che dice “sono sempre stato così”. Questa impasse è la più profonda, si inscrive a livello del protocollo di copione e i suoi contenuti non sono comunicabili verbalmente, perché entrati a far parte del modo in cui si è e ci si sente. 

Mellor (1980) definisce i tre gradi di impasse come conflitti tra Genitore e Bambino ai diversi livelli e propone un collegamento con l’età in cui si sono incorporati i vari messaggi sub-simbolici, simbolici e verbali (Bucci, 1997).

In un’ottica più interpersonale e meno intrapsichica, Hargaden e Sills (2001) propongono una visione dell’impasse di tipo relazionale, originata nell’incontro tra mamma-bambino: secondo gli autori può accadere che dei messaggi somatici incorporati originariamente in G0 e non ben integrati (“digeriti”) nella struttura del bambino, vengano poi trasferiti direttamente in B0 provocando l’impasse.

Anche più di recente Cornell (2013) si è soffermato a riflettere sulla formazione delle impasse più profonde, che si originano a livello “tissutale”, come direbbe Berne, nel protocollo somatico/relazionale di base da cui il copione si evolve. Anche questo autore ha una visione relazionale della formazione dell’impasse e recupera il concetto di Fogel (2004) relativo alla memoria partecipatoria per spiegarne l’importanza: “I ricordi partecipatori fanno rivivere esperienze personali significative che non sono ancora state organizzate in una narrazione verbale o concettuale […] Mentre sperimentiamo un ricordo partecipatorio non stiamo pensando al passato ma siamo direttamente catapultati nel passato come se l’avvenimento si stesse verificando oggi” (Fogel, 2004).

Facendo riferimento alla qualità relazionale della formazione del protocollo di copione, Cornell e Landaiche (2006) affermano che “Il Protocollo è la vera e propria incarnazione dei pattern, ripetitivi e spesso emotivamente intensi, di interazione che precedono la capacità del bambino di sviluppare funzioni autonome dell’Io”.

Bollas (2000) esemplifica in che modo ciò avviene nella relazione mamma-bambino dicendo: “Essendo la relazione affettiva tra la mamma e il bambino il primo veicolo delle sensazioni sessuali, la madre isterica convoglia sul corpo di suo figlio un desiderio pieno di angoscia; il suo “tocco energetico”, infatti, reca traccia di disgusto e frustrazione e quindi trasmette al corpo del bambino un’ambivalenza sessuale, che resta inscritta nella conoscenza del corpo dell’infante che diventa parte del conosciuto/non pensato del sé”.

Questa affermazione, intesa in un’accezione più ampia che non ha a che fare quindi solo con messaggi di tipo sessuale, è stata per me molto importante perché mi ha permesso di comprendere in che modo i vissuti di persone tra loro connesse in una relazione significativa passino attraverso il semplice “tocco energetico”: si crea un collegamento così profondo nella matrice mamma-bambino che i vissuti della mamma diventano quelli del figlio, che se ne fa portavoce attraverso il linguaggio corporeo, non verbale, implicito, come se fosse nel qui ed ora in relazione con quel “tocco” avvenuto nel là e allora.

Recentemente Little (2011) ha proposto di considerare le impasse che si verificano nella stanza della terapia come le polarità tra due Unità Relazionali: la prima Unità Relazionale è quella che il paziente già conosce e che viene definita “repeated” (ripetitiva), mentre l’altra Unità Relazionale riguarda il polo evolutivo in cui il Bambino Libero del paziente trova sostegno in un Genitore che gli offre sicurezza e protezione, questo polo viene chiamato “needed” (relazione di cui c’era bisogno, necessaria).

Questa proposta di Little è stata poco tempo fa ripresa da Gerosa (2013) come spunto per una riformulazione teorica e grafica della teoria dell’impasse.

In particolare l’autrice propone di leggere le impasse portate dal paziente in termini di polarità e non solo di blocco: “se consideriamo la pila elettrica, è la presenza stessa di due poli opposti, positivo e negativo, che genera il flusso di elettroni, quindi l’energia elettrica. […] Possiamo lavorare con il nostro paziente rimanendo all’interno del suo dialogo ripetitivo. Può essere un punto di vista limitante, e frustrante. Oppure possiamo allenarci a cogliere e coltivare i segnali del nuovo” (Gerosa, 2013).

Una polarità dell’impasse è costituita da quella che l’autrice chiama Unità Relazionali “edite”, conosciute, ripetitive. Queste Unità Relazionali possono essere lette, strutturalmente, a partire dal livello “tissutale” più profondo, il III° grado dell’impasse, a quello implicito, automatico ma recuperabile verbalmente, il II° grado, fino ad arrivare a quello che riguarda le transazioni verbali tra i poli dell’Unità Relazionale, il livello controingiuntivo che fa riferimento al I° grado di impasse. Quando il paziente è all’interno del suo copione, pur desiderando che qualcosa cambi, si comporta e si sente come se fosse nelle relazioni “edite” e ripetitive.

L’altra Unità Relazionale, quella che Gerosa chiama “inedita”, racchiude in se quei ricordi positivi in cui il Bambino Libero si è sentito protetto da un Genitore che dava permessi e riconoscimenti, e che ha ancora bisogno di trovare il “suo posto” nell’attualità della persona, come se avesse bisogno di strutturarsi, prima di venire espresso.

Citando le parole dell’autrice: “Edito è la forma che abbiamo preso finora, l’identità che ci definisce e nello stesso tempo può limitarci, se la consideriamo l’unica possibile, la modalità relazionale a cui siamo abituati e che ci dà sicurezza, e nello stesso tempo può costringerci in ruoli di copione fissati e poco flessibili. Inedito è il Sé potenziale che può ancora manifestarsi, contenuto nelle promesse che abbiamo fatto a noi stessi, a volte zittito in modo più o meno traumatico dal contesto, o che semplicemente attende la stagione favorevole per sbocciare” (Gerosa, 2013).

La teoria dell’impasse ha in qualche modo cambiato il mio modo di lavorare come analista transazionale: da quando ho letto l’articolo di Little (2011) sulle Unità Relazionali e con l’aiuto della creatività utilizzando la tecnica degli Inquilini del cervello (Goulding, 2008) ho potuto creare con i miei pazienti un dialogo sulle Unità Relazionali ripetitive, anche valorizzandone le risorse e la loro efficacia fino a questo momento.

Considerare le polarità dell’impasse come delle cariche elettriche, inoltre, mi ha permesso di considerare e cogliere insieme ai miei pazienti quelle risorse racchiuse all’interno della ripetizione senza soffermarci solamente sulla sensazione di stallo e di ripetizione, che comunque è presente nel polo “edito”. Permettermi di vedere insieme ai pazienti ciò che di buono, di utile è stato immagazzinato grazie alle esperienze di protezione e di cura vissute in precedenza  rappresenta per me lavorare con le risorse, valorizzarle e dar loro spazio in un’ottica che ha come obiettivo quello dell’integrazione delle varie parti di sé e di una ridecisione di copione.

BIBLIOGRAFIA

  • Bollas C. (2000), trad. it., Isteria, Raffaello Cortina Editore, Milano 2001
  • Bucci W., Symptons and symbols: a multiple code theory of somatization, in «Psychoanalytic Inquiry», n. 17, (2), 1997
  • Cornell W.F., Landaiche N.M. (2006), trad. it. Impasse e intimità nella coppia terapeutica o di counseling: l’influenza del protocollo, in «Rivista Italiana di Analisi Transazionale e Metodologie Terapeutiche», XXV, 11, 2005, pp. 9-60
  • Cornell W.F., trad. it. Il mio corpo è infelice. Fondamenti somatici del copione e del protocollo di copione, in «Quaderni di Psicologia, Analisi Transazionale e Scienze Umane», n. 59, 2013
  • Fogel A., Remembering infancy: accessing our earliest experiences, in Bremmer G., Slater A. (Eds), Theories of infant development, Blackwell Publishing, Oxford 2004
  • Gerosa S., I poli dell’impasse. Una prospettiva integrativa, in «Quaderni di Psicologia, Analisi Transazionale e Scienze Umane», n. 59, 2013
  • Goulding R., Goulding M. (1979), Il cambiamento di vita nella terapia ridecisionale, Casa Editrice Astrolabio - Ubaldini Editore, Roma 1983
  • Goulding M., trad. it. Gli inquilini del cervello, in «Quaderni di Psicologia, Analisi Transazionale e Scienze Umane», n. 48, 2008
  • Hargaden H., Sills C., Deconfusion of Child Ego State: a Relational Perspective, in «Transactional Analysis Journal», n. 31, 2001
  • Little R., Treatment Consideration When Working with Pathological Narcissism, in «Transactional Analysis Journal», Vol. 36, No. 4, October 2006
  • Little R., Impasse clarification within the transference Countertransference matrix, in «Transactional Analysis Journal», 41, n. 1, 2011
  • Mellor K. (1980), trad. it. Impasses, una visione strutturale nell’ottica della dinamica evolutiva, in «Neopsiche», 3, 1984, pp. 3-10

Dott.ssa Giulia Marchioro
Psicologo e Psicoterapeuta a Monza (MB)


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