La relazione psicoterapeutica e i concetti di analisi transazionale

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La relazione psicoterapeutica e i concetti di analisi transazionale

Quando penso alla relazione psicoterapeutica mi torna alla mente ciò che Giampaolo Lai (1976) ha scritto rispetto alle due funzioni della formazione degli adulti in gruppi di apprendimento: “la prima è quella di addestrare le persone a rapporti inediti, non ripetitivi, con altre persone in una dimensione che riduca l’asimmetria e aumenti la reciprocità dei rapporti (…). La seconda è di strutturare le condizioni necessarie per formarsi a questa dimensione di rapporto che nessuno può insegnare. È il concetto di gruppo di apprendimento”.

Nelle righe che ho riportato riconosco le qualità specifiche della relazione terapeutica: è intersoggettiva, fondata sull’okness, volta a favorire l’integrazione di aspetti inediti negli schemi ripetitivi e automatici del copione ed è, ogni volta, unica, perché unico è il rapporto che si instaura tra terapeuta e paziente.

L’intersoggettività viene solitamente pensata come sinonimo di relazione con uno o più altri.

In realtà, come scrive Cassoni (2008), ha due qualità che la distinguono dalla comune relazione: “La prima qualità, riferita all’etimo soggetto contenuto nella parola, è l’autorevolezza dell’essere unico e definisce il campo relazionale dell’Io, dell’autonomia e della dignità personale: un soggetto è autorevole, dà forma legittimamente alla realtà, ha una voce in campo. Penso a come nasce la soggettività, al primo esserci di ciascuno, che è, già nei suoi primi attimi, fortemente presente nell’esperienza: il cominciare ad esistere riorganizza l’esperienza dei soggetti esistenti. La seconda qualità che il termine sottolinea è la reciprocità, evocata dal prefisso relazionale che da inizio alla parola: inter-soggettività, un incipit che sottolinea come non c’è soggetto senza scambio. (…) Ogni soggetto comincia ad esistere determinando una relazione che trasforma l’uno e l’altro; nella superficie di contatto zigote e endometrio cambiano struttura per diventare altro, a partire dalla “carne e sangue” di cui sono fatti. Diventare altro e insieme diventare ancora più di quello che si è”.

Il concetto di intersoggettività, in questo modo, ha molto a che vedere con l’idea di okness, di reciprocità e di contrattualità. Citando ancora Cassoni (2008): “L’essere contrattuale in modo bilaterale descrive uno scambio relazionale paritario, nel quale esistono due o più soggetti e tutti sono riconosciuti come autorevoli, cioè possono esercitare il diritto di incidere sulla realtà”.

Lo scambio paritario che avviene nella stanza della terapia determina qualitativamente la relazione terapeutica e la caratterizza come un luogo in cui si può essere fiduciosi, ci si può affidare, appoggiarsi, mescolare il proprio sentire con quello dell’altro per poi definirsi e distinguersi.

Questo tipo di relazione permette perciò di vivere un’esperienza felice, che è di per sé la base per trasformare quegli schemi relazionali ripetitivi a cui siamo ancorati per lasciare spazio a nuove modalità inedite (Gerosa, 2013), avendo cura di proteggerle e dar loro modo di vivere dentro di noi.

Nella relazione terapeutica entrambi i soggetti si influenzano reciprocamente, diventando altro e di più di ciò che sono all’inizio del loro rapporto: questo processo di reciprocità si sviluppa non solo attraverso forme comunicative esplicite, ma anche attraverso l’implicito e la risonanza emotiva.

A proposito di ciò, Siegel (1999) afferma che: “Comunicare non significa solamente comprendere o percepire i segnali -verbali e non- che ci vengono trasmessi dagli altri; perché tra due individui si instauri una comunicazione emotiva piena ed efficace è necessario che ciascuna delle persone coinvolte lasci che il suo stato della mente sia influenzato da quello dell’altra”.

L’incontro terapeutico avviene quindi attraverso l’attivazione di tutti e tre gli Stati dell’Io (gli stati della mente di cui parla Siegel) a diversi livelli.

Cornell (2005) fa riferimento a questo livello implicito della comunicazione tra terapeuta e paziente parlando dei vissuti di transfert: “Mi resi conto che mentre i contratti di trattamento che venivano negoziati fra Adulto e Adulto erano utili e necessari, esistevano molte più azioni che si svolgevano al di sotto della superficie della consapevolezza conscia nell’ambito della relazione transferale”.

Anche Lyons-Ruth (2007) fa riferimento a transfert e controtransfert nella relazione terapeutica, allargandone il senso oltre al concetto tradizionale di ripetizione del passato: “Definiamo la “relazione reale” come il campo intersoggettivo costituito dall’intersezione tra la conoscenza relazionale implicita del paziente e quella del terapeuta. Questo campo si estende oltre il dominio di transfert-controtransfert per includere un coinvolgimento personale autentico e una percezione ragionevolmente accurata degli attuali “modi-di-essere-con” di ognuno dei due”.

Quando penso alla relazione terapeutica do quindi molta importanza alla comunicazione implicita, oltre che a quella esplicita, in un viaggio che crea modi di essere con l’altro alternativi a quelli cui siamo abituati nella nostra vita: “Questi momenti di incontro intersoggettivo vengono vissuti e rappresentati nella conoscenza relazionale implicita del bambino con il caregiver. Essi vengono anche vissuti nell’interazione paziente-terapeuta portando a dei cambiamenti simili nella conoscenza relazionale implicita del paziente. Sebbene questi “momenti di incontro” tra paziente e terapeuta possono o meno diventare oggetto di interpretazione, aprono tuttavia la strada all’elaborazione di un modo di essere insieme più complesso e coerente, con dei cambiamenti associati al modo in cui le possibilità relazionali sono rappresentate nella conoscenza relazionale implicita di ognuno dei partecipanti” (Lyons-Ruth, 2007).

Un presupposto molto importante che ritengo essere alla base della relazione psicoterapeutica riguarda il riconoscere in se stessi e negli altri ciò che i presocratici hanno chiamato physis, termineinizialmente utilizzato per parlare del “principio vitale della totalità, delle cose che si generano e crescono” (Lo Re, 2012). Berne ha ripreso questo concetto per far emergere il suo modo di concepire le risorse che per tutta l’esistenza accompagnano le persone e permettono loro di essere in continua evoluzione: per Berne la physis è “La forza di crescita della natura, che trasforma organismi meno evoluti in organismi più evoluti, fa crescere gli embrioni in organismi adulti, fa migliorare la gente che è malata, mentre chi è già sano lotta per raggiungere i propri ideali” (Berne, 1968).

Nella relazione terapeutica il terapeuta si dispone ad entrare nell’esperienza di vita di un’altra persona riconoscendo in lei questa forza vitale, come afferma Clarkson (1993): “Credo che il compito degli psicoterapeuti e degli educatori ora sia quello di permettere alle persone di tornare in contatto con quella forza che è dentro di loro, allo scopo di facilitare la guarigione e l’autorealizzazione”. È con il rispetto del mondo dell’altra persona e con il riconoscimento del percorso che ha fatto fino ad arrivare a noi che il terapeuta si affaccia alla sua vita e “idealmente, diviene simile a un neonato innocente, che valicata la soglia dello studio è entrato in un mondo che non ha mai conosciuto” (Berne, 1966).

La relazione psicoterapeutica è quindi caratterizzata dai presupposti della reciprocità, dell’okness, dell’intersoggettività, del riconoscimento della physis. Ne consegue quindi un modo di lavorare nella relazione terapeutica che è contrattuale, pone l’attenzione sulle risorse e alle emozioni di transfert-controtransfert anche nelle sue dimensioni implicite.

A partire da ciò come psicoterapeuta mi immergo nella relazione con l’altro in una modalità sempre nuova, sintonizzandomi di volta in volta con i vissuti del paziente, pronta per “vedere l’altra persona, diventarne coscienti come fenomeno, esistere per lei ed essere pronti al suo esistere per noi” (Berne, 1972), disponibile alle potenzialità trasformative che questo incontro unico può avere per entrambi.

BIBLIOGRAFIA

  • Berne E. (1966), Principi di terapia di gruppo, Casa Editrice Astrolabio, Roma 1986
  • Berne E. (1968), trad. it. Guida per il profano alla psichiatria e alla psicoanalisi, Astrolabio, Roma 1969
  • Berne E. (1972), trad. it. “Ciao!”…e poi?, XIV edizione Tascabili Bompiani, Milano 2010
  • Cassoni E., Editoriale, in «Quaderni di Psicologia, Analisi Transazionale e Scienze Umane», n. 50, 2008
  • Clarkson P. (1993), trad. it. Physis in Analisi Transazionale, in «Neopsiche», anno 11, n. 10, 1993
  • Cornell W.F., Landaiche N.M. (2005), trad. it. Impasse e intimità nella coppia terapeutica o di counseling: l’influenza del protocollo, in «Rivista Italiana di Analisi Transazionale e Metodologie Terapeutiche», XXV, 11, 2006, pp. 9-60
  • Gerosa S., I poli dell’impasse. Una prospettiva integrativa, in «Quaderni di Psicologia, Analisi Transazionale e Scienze Umane», n. 59, 2013
  • Lai G. (1976), I gruppi di apprendimento, Boringhieri, Torino
  • Lo Re E. (2012), Editoriale, in «Quaderni di Psicologia, Analisi Transazionale e Scienze Umane», n. 57, 2012, pp. 9-13
  • Lyons-Ruth K., La conoscenza relazionale implicita. Il suo ruolo nello sviluppo e nella psicoterapia psicoanalitica, in L. Carli e C. Rondini (a cura di), Le forme dell’intersoggettività. L’implicito e l’esplicito nelle relazioni interpersonali, Raffaello Cortina Editore, Milano 2007
  • Siegel D.J. (1999), trad. it. La mente relazionale, Cortina, Milano 2001

Dott.ssa Giulia Marchioro
Psicologo e Psicoterapeuta a Monza (MB)


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