L’uso della contrattualità per favorire il processo terapeutico

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L’uso della contrattualità per favorire il processo terapeutico

Il contratto, descritto da Berne (1966) “un esplicito impegno bilaterale per un ben definito corso d’azione”, è diventato per me uno strumento fondamentale nel mio lavoro con i pazienti; io lo vivo infatti come una prerogativa, una caratteristica peculiare del modo di lavorare di noi analisti transazionali.

Maria Teresa Romanini (1999) rende ancor più diretto questo concetto con le sue parole dicendo che “il contratto è espressione del manifesto AT del doppio ok. Esprime di fatto la convinzione che tanto l’analista quanto l’analizzato hanno, almeno come possibilità, il diritto, la responsabilità e la capacità di portare avanti la propria vita nel rispetto di sé e dell’altro”.

Il contratto va stipulato in modo tale che possa servire a ottenere uno specifico scopo che viene individuato, evidenziato e condiviso tra l’analista e il paziente.

Dal momento in cui è stato concordato, la relazione terapeutica volge nella direzione di ottenere quello specifico scopo.

Nella pratica clinica usare il metodo contrattuale mi aiuta a favorire l’okness nella relazione e aiuta il paziente a sentirsi in grado di pensare in modo Adulto ciò che desidera ottenere dal percorso che ha deciso di intraprendere.

A volte non è immediato condividere un contratto, in particolare se non è ancora disponibile un Adulto sufficientemente energizzato e decontaminato (Loomis, 1990): con una paziente, ad esempio, dopo aver concordato di recuperare la storia dei suoi sintomi ho notato che aveva diverse difficoltà a connettere i vari ricordi, perché nei suoi tentativi interferivano giudizi genitoriali che non permettevano il fluire del discorso. In alternanza a questi giudizi c’era anche l’interferenza del suo Bambino che voleva sentirsi perfetto e limitava l’Adulto nella riflessione sui limiti che il corpo presentava. Solo dopo aver dedicato un tempo alla decontaminazione dell’Adulto, instaurando contemporaneamente una buona alleanza terapeutica, è stato possibile condividere il contratto di controllo sociale e recuperare la storia del sintomo.

È stato utile quindi, per questo motivo, darci del tempo per esplorare i sintomi condividendo un contratto di controllo sociale (Loomis, 1990).

Successivamente è stato possibile ricostruire la storia di questi sintomi dando loro un senso nella vita della paziente, energizzando e decontaminando allo stesso tempo il suo Adulto.

Questo lavoro di decontaminazione ha contribuito a fare in modo che si sentisse pronta per esprimere i propri bisogni: a questo punto è stato quindi possibile condividere un contratto di cambiamento, che “tende a contrastare le decisioni di copione basate sul persistere del modellamento genitoriale e sul ricorrere delle ingiunzioni” (Loomis, 1990).

Lo strumento del contratto risulta prezioso anche per comprendere e condividere l’irraggiungibilità di alcune richieste, che hanno un’aspettativa magica.

Penso ad esempio a quei pazienti che vorrebbero che l’obiettivo della terapia fosse quella di eliminare un sintomo dalla loro vita, come l’ansia, la paura, una parte di sé.

Ho imparato con il tempo a porre delle domande su cosa significhi per la persona che mi ha chiesto aiuto la specifica richiesta che porta nella stanza della terapia.

Con le tecniche berniane di interrogazione e specificazione individuo la modalità più adatta per condividere con il paziente le aspettative idealizzate che rendono la richiesta non accettabile, proponendo un percorso in cui si possa comprendere in che modo il sintomo, che ora è diventato fastidioso e portatore di sofferenze, si è inserito nella sua vita e dargli un senso, in una logica integrativa. Il mio obiettivo è quello di portare alla consapevolezza che il nostro corpo “inteso come presenza, implicita, costante” (Cassoni, 2008) è uno strumento potentissimo che in ogni momento cerca di comunicare con noi, di veicolare dei messaggi importanti e degni della nostra attenzione.

È in questo senso, legittimandoci ad ascoltare ciò che la memoria del corpo ha da trasmettere, che possiamo portare nella stanza della terapia i sintomi come oggetto di riflessione.

A questo punto, se il paziente è d’accordo, gli chiedo di riformulare a modo suo l’obiettivo rispetto al sintomo, così da verificare che il concetto sia stato compreso e possa essere espresso attraverso le  sue parole, il che lo rende autentico e ricco di senso.

Spesso mi è capitato di concordare con il paziente un contratto di cambiamento e poi, di volta in volta, formulare un contratto di seduta.

Trovo utile proporre questo metodo con quei pazienti con cui ho l’impressione di perdere il filo del discorso. Concordare all’inizio della seduta ciò di cui ci si occuperà durante la stessa ci da la possibilità di riflettere rispetto alle “divagazioni” che possono nascere parlando, così da trovar loro un senso rispetto al nostro contratto e tenere il filo dei discorsi.

Il processo terapeutico viene così costruito insieme nel rispetto reciproco e con reciproca responsabilità, all’interno di una relazione che ha come caposaldo l’intersoggettività: “l’essere contrattuale in modo bilaterale descrive uno scambio relazionale paritario, nel quale esistono due o più soggetti e tutti sono riconosciuti come autorevoli, cioè possono esercitare il diritto di incidere sulla realtà” (Cassoni, 2008).

In linea con le indicazioni di Holloway (1973), al momento in cui concordiamo l’obiettivo da raggiungere, pongo altre domande al paziente al fine di rendere condivisi e dicibili alcuni contenuti che, altrimenti, rimarrebbero non detti.

Una domanda riguarda il boicottaggio: “Come ti potresti impedire di raggiungere quello che vuoi ottenere?”.

È questa, a mio avviso, una domanda che racchiude in sé molta potenza, in quanto dà il permesso al paziente di individuare in modo responsabile e consapevole quelli che sono gli schemi ripetitivi messi in atto finora, vecchie strade che potrebbe essere il caso di abbandonare per dedicarsi alla costruzione di altre, ancora da attivare.

Un’altra domanda nell’iter di definizione del contratto, come suggerito da Holloway, riguarda un’immagine: “In che modo io e te ci potremo accorgere che hai raggiunto il tuo obiettivo?”. Anche questa domanda è efficace, in quanto permette che venga attivato un processo immaginativo nella mente del paziente, che in questo modo produce già in quel momento il dipinto di qualcosa che ancora non è, ma che con la visualizzazione viene reso più possibile, più raggiungibile, tangibile e reale.

Nella pratica clinica ho preso l’abitudine di condividere con i pazienti la possibilità di occuparci anche di altri temi che sembrano uscire dal contratto che abbiamo concordato, in una logica contrattuale che dura lungo tutto il processo.

Questa modalità è utile in quanto ho verificato che le persone provano un senso di sollievo nell’avere la possibilità di potersi raccontare senza sentirsi limitati dal contratto stipulato all’inizio.

Accolgo quindi volentieri ciò di cui i pazienti sentono il bisogno di parlare e cerco poi di tracciare insieme a loro un filo d’Arianna che possa dare un senso di continuità al lavoro che stiamo facendo e alla direzione verso la quale stiamo andando.

Con l’esperienza di questi anni ho imparato l’utilità di essere flessibile nella proposta di specifiche tecniche, rendendole un oggetto comune tra me e le persone che mi chiedono aiuto. Una modalità  contrattuale durante le varie fasi di lavoro infatti facilita il processo terapeutico, permettendo al paziente di sentirsi attore protagonista della sua storia e del modo che ha scelto per modificarla in meglio. Contratto e contrattualità mi permettono di dare confini e contenimento, attivare la responsabilità del singolo e sono diventati per me strumenti imprescindibili del mio lavoro.

BIBLIOGRAFIA

  • Berne E. (1966), Principi di terapia di gruppo, Casa Editrice Astrolabio, Roma 1986
  • Cassoni E., Editoriale, in «Quaderni di Psicologia, Analisi Transazionale e Scienze Umane», n. 50, 2008
  • Holloway W.H., Clinical Transactional Analysis with use of life script questionaire, Midwest Institute for Human Understanding, Medina 1973
  • Loomis M. trad. it. I contratti di cambiamento, in «Neopsiche», anno 8, n. 14, 1990
  • Romanini M.T. (1999), Costruirsi persona, Edizioni La Vita Felice, Milano 2008

Dott.ssa Giulia Marchioro
Psicologo e Psicoterapeuta a Monza (MB)


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